Nuovo servizio di adipometria presso lo Studio GDS Nutrizione

Su richiesta, dopo la pausa estiva, nello Studio GDS Nutrizione si potrà effettuare, in affiancamento all’esame bioimpedenziometrico con BIA 101 Akern, anche l’esame di adipometria con adipometro Hosand BodyMetrix. L’obiettivo è quello di fornirVi un servizio ancora più completo e garantirVi, così, un’ulteriore personalizzazione del Vostro piano alimentare!

Cos’è e a cosa serve l’adipometro? L’adipometro è, sostanzialmente, un ecografo che, grazie agli ultrasuoni, permette di visualizzare lo strato adiposo e il muscolo di vari distretti del corpo (tipicamente addome, tricipite, bicipite, petto e coscia). Ciò consente di monitorare i cambiamenti di spessore di questi tessuti, ad esempio in seguito all’inizio di una dieta dimagrante o di un protocollo di attività fisica, e anche la qualità degli stessi tessuti (esempio: grasso di vecchia data, più difficile da eliminare, o grasso metabolicamente attivo, che sta bruciando e si sta quindi riducendo di volume; muscolo poco o molto tonico). L’adipometria diventa dunque utile per monitorare i seguenti parametri:

  • Riduzione dello strato adiposo a seguito di dieta e dell’auspicabile attività fisica;
  • Riduzione dell’adiposità localizzata (esempio: culotte de cheval, i fastidiosi cuscinetti che si depositano sul lato esterno della coscia, in corrispondenza del gluteo, in molte donne);
  • Aumento del volume e della qualità muscolare, specialmente in caso di atleti e sportivi che vogliono monitorare l’efficacia dei loro allenamenti, oppure in caso di riabilitazione dopo infortuni o malattie, per valutare la gravità della sarcopenia (letteralmente “carenza di muscolo”) o nella fase di ripresa a seguito di disturbi alimentari come l’anoressia.

L’esame adipometrico, essendo sovrapponibile in tutto ad una comune ecografia, si rivela quindi non doloroso, non invasivo, rapido e preciso. In pochi minuti, infatti, sarà possibile acquisire tutte le immagini necessarie e stimare gli spessori. I punti in cui si effettuano le misure (punti di repere) verranno scelti a seconda delle necessità del paziente e del percorso che dovrà intraprendere.

Come la psiche influenza l’alimentazione umana: l’importanza dell’empatia per il nutrizionista

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.” (Platone)

In questo articolo ho deciso di trattare dell’aspetto psicologico che caratterizza l’alimentazione umana e di come esso debba necessariamente influenzare e completare la relazione tra il nutrizionista e il suo paziente.

A differenza degli animali, che si alimentano a seguito di semplici impulsi fisiologici e biologici, l’uomo è soggetto ad ulteriori e ben più complessi impulsi, di natura psicologica, sociale e culturale, tra loro interconnessi.

Ad esempio, la selezione di un cibo, oltre che essere condizionata dal deficit di uno o più specifici nutrienti, nell’uomo è determinata anche da scelte di tipo etico o religioso. L’assunzione di un cibo, poi, può essere indotta anche in assenza di uno specifico stimolo biologico, qualora intervengano stimoli psicologici (tristezza, noia, ansia, depressione), imposizioni sociali (ad esempio una cena con amici) o fattori culturali (ad esempio le abitudini familiari); di contro, nonostante sia presente un reale bisogno nutritivo, l’assunzione di un alimento può essere inibita da determinate condizioni psico-sociali (ad esempio la dieta vegana, la dieta mussulmana, il digiuno o anche le diete finalizzate a migliorare l’aspetto estetico o la prestazione sportiva). Le scelte alimentari possono essere condizionate anche dalla paura di un danno (ad esempio si smette di mangiare un certo alimento poiché si è letto su una rivista o su internet che è cancerogeno, che provoca intolleranza, che fa ingrassare, ecc…) o da motivi economici. Infine, l’interruzione dell’assunzione di cibo non è soltanto indotta dal senso di sazietà di origine biologica, bensì anche da imposizioni dietetiche o fattori psicologici (nonostante magari permanga il senso di fame); per contro, stati d’animo quali l’ansia, o semplicemente eventi sociali quali le feste, possono inibire il processo di arresto dell’assunzione di un cibo anche in presenza di sazietà.

Riassumendo, i fattori psicologici sono generalmente molto più influenti nell’ambito del comportamento alimentare rispetto agli stimoli biologici: ciò rappresenta una delle principali ragioni per cui, nonostante la presenza di fini meccanismi di regolazione del peso corporeo, quest’ultima venga meno in molti casi.

E’ proprio la presenza di fattori psicologici nell’atto alimentare che ha portato a distinguere tra i concetti di fame e di appetito: il primo rappresenta un bisogno fisiologico primario ed è quindi la conseguenza di stimoli biologici, necessari per mantenere l’omeostasi energetica dell’organismo, mentre il secondo concerne la sfera psicologica, è un bisogno secondario, non legato a necessità nutrizionali, bensì più ascrivibile al desiderio di cibo o di un alimento in particolare. Mentre la fame è regolata all’interno dei circuiti cerebrali ipotalamici, l’appetito coinvolge un meccanismo edonistico che prevede l’attivazione dei circuiti del piacere, detti dopaminergici (in quanto i neuroni appartenenti a tali circuiti liberano l’ormone dopamina). La dopamina viene spesso definita l’ormone della ricompensa: i suoi livelli possono essere totalmente ripristinati soltanto una volta che venga soddisfatto il desiderio che ha determinato l’attivazione dei circuiti dopaminergici, come ad esempio la voglia di mangiare un pezzo di cioccolato. In seguito, si verifica un aumento del rilascio di endorfine, neurotrasmettitori che inducono una sensazione di benessere e piacere. Questo rilascio determina un consolidamento (rinforzo) delle connessioni neuronali che si sono formate durante l’esperienza che ha provocato piacere: quando in futuro si vedrà o si penserà a quell’alimento, avverrà la riattivazione di tali circuiti e il desiderio di mangiarlo aumenterà.

Fondamentalmente, il cibo (specialmente se altamente palatabile, come quello molto dolce e/o molto grasso) agisce sul cervello umano in modo simile alle cosiddette droghe. Entrambi, infatti, attivano fortemente il sistema endocannabinoide, che ha effetti sia sul sistema nervoso centrale che periferico. A livello del cervello, stimola l’ipotalamo, che determina un aumento dell’appetito, e il nucleus accumbens, che accresce la motivazione a mangiare (o ad assumere droghe), con conseguente aumento dell’assunzione di cibo e mantenimento della dipendenza dallo stesso. A livello dei tessuti periferici, il sistema endocannabinoide stimola l’accumulo di grasso negli adipociti (cellule adipose). Il risultato della stimolazione centrale e periferica è l’aumento dell’insulinoresistenza (ossia una bassa sensibilità delle cellule all’azione dell’insulina, che può portare a diabete mellito di tipo 2), un’aumentata intolleranza al glucosio (anch’essa uno stato pre-diabetico di iperglicemia, associato con insulino-resistenza e con aumento del rischio di patologia cardiovascolare), una diminuzione dell’adiponectina (una molecola segnale secreta dal tessuto adiposo che determina un aumento nel consumo dei grassi di deposito), un aumento della leptina (un ormone che segnala la sazietà) a seguito di un’aumentata resistenza al suo segnale e, infine, un peggior profilo lipidico (dimuita colesterolemia-HDL, ossia il colesterolo “buono”, e aumentata trigliceridemia).

Nella regolazione del peso corporeo e dei comportamenti alimentari umani interviene anche il cosiddetto microbiota, ossia la comunità microbica che abita nel tratto gastrointestinale: non a caso, l’intestino viene spesso definito “secondo cervello”, dato l’importante collegamento tra intestino e sistema nervoso centrale. Quando vi siano disfunzioni del sistema fame-sazietà, una dieta non salutare, emozioni negative e/o disfunzioni del sistema di ricompensa dopaminergico, si origina uno stato di infiammazione e un aumento dei livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), che a sua volta porta ad uno stato di disbiosi. La disbiosi consiste nello squilibrio tra batteri “buoni” e batteri “patogeni” all’interno del tratto gastrointestinale: quando questa si verifica, aumenta ulteriormente lo stato infiammatorio (anche a causa della produzione di tossine da parte di alcuni batteri patogeni), la resistenza all’insulina e altre alterazioni metaboliche.

Per concludere e per riassumere, le emozioni negative portano gli individui a rifugiarsi in stimoli per loro piacevoli, come il consumo di determinati cibi; l’assunzione eccessiva di cibo e l’assorbimento di sostanze quali i grassi saturi, gli zuccheri e i conservanti determina l’alterazione del microbiota intestinale (disbiosi). Tale alterazione provoca uno stato infiammatorio cronico e una disregolazione dei sistemi che controllano il peso corporeo. Il risultato finale dell’eccessiva esposizione ad un determinato cibo non è, quindi, un miglioramento del benessere, bensì la dipendenza, l’obesità e altre malattie cronico-degenerative.

Appare chiaro da questa lunga premessa che il nutrizionista a cui è affidato il compito di aiutare una persona a seguire un’alimentazione sana deve quasi essere molto più psicologo che nutrizionista. Durante la prima visita nutrizionale è fondamentale dedicare il tempo necessario ad effettuare un’accurata anamnesi che consenta al paziente di esprimersi anche dal punto di vista psicologico, in modo tale da comprendere quale sia il suo rapporto con il cibo, se esso sia sano o distorto, e quali sensazioni il paziente provi nei confronti dell’atto alimentare. Se il nutrizionista si mostra disponibile all’ascolto, molto spesso si verifica un’apertura da parte del paziente, che renderà partecipe il nutrizionista del proprio rapporto con il cibo. Da sottolineare è il fatto che, quando questo rapporto sia più o meno alterato, il paziente prova spesso vergogna e senso di inferiorità, poiché si sente debole e succube nei confronti del cibo, non in grado di gestire le proprie emozioni e la propria vita. In questo contesto, l’errore più grande che il professionista della nutrizione possa commettere sarebbe quello di giudicare il paziente, cosa che, purtroppo, capita troppo spesso. Diventa poco utile, quindi, una preparazione tecnico-scientifica ottimale, la disponibilità di tecnologie all’avanguardia (ad esempio la calorimetria indiretta, la BIVA o l’adipometro, per citarne alcune) e una dieta stilata con una precisione a livello del grammo o della kcal, quando manchi l’aspetto umano. Del resto, l’etimologia stessa della parola “paziente” dovrebbe fare riflettere: dal latino patiens, -entis, significa “soffrire, sopportare” … e sempre il latino ci insegna che il nutrizionista, anziché giudicare il paziente (che è una PERSONA, non un numero), dovrebbe provare “compassione”, da cum + patior, ossia “soffrire insieme”. Un requisito a mio parere fondamentale per poter svolgere questa meravigliosa professione è essere dotati della cosiddetta EMPATIA: per rimanere in tema di etimologie, tale termine deriva dal greco en, “dentro”, e –patheia, “sofferenza”. Dal punto di vista psicologico, quindi, questo termine indica la capacità istantanea di immedesimazione nello stato d’animo di un’altra persona e quindi di comprensione della stessa: in parole povere, sapersi mettere nei panni altrui. Dunque, non sarà sufficiente formulare un piano dietetico perfetto (che, tra parentesi, non esiste) se poi non si accompagnerà per mano il paziente durante tutto il percorso di educazione alimentare, se non lo si sosterrà nei momenti più difficili, se non lo si aiuterà a superare le proprie paure e debolezze. Modificare il proprio stile di vita e le proprie abitudini alimentari ma, soprattutto, “guarire” dalle dipendenze può essere un percorso difficile e ricco di ostacoli, specialmente considerato lo stato di fragilità psicologica del paziente. Ecco il compito più importante del nutrizionista: comprendere questo stato d’animo, parteciparvi in modo costruttivo e fungere da punto di riferimento per il proprio paziente, che non dovrà mai sentirsi solo durante il cammino verso una migliore coscienza alimentare e, in generale, di se stesso.

Bitto Storico Ribelle: la tradizione che combatte l’industrializzazione

Ispirata da colleghi che ieri discutevano di un formaggio sardo molto particolare, il casu marzu, ho deciso di parlarvi di un’altra eccellenza casearia italiana, il Bitto Storico Ribelle. Forse quasi tutti conoscete il Bitto DOP, tipico formaggio valtellinese con cui si preparano ottimi piatti come i pizzoccheri, ma probabilmente pochi di voi conoscono la storia del vero Bitto, quello che ha resistito nel tempo (e tuttora lo fa) alle logiche agroindustriali dedite ai numeri, al profitto e all’aumento dei volumi fisici di produzione.

Il Bitto Storico Ribelle (ex Bitto Storico; più avanti spiego il motivo di questo nome) nasce attorno al XVI-XVII secolo in Valgerola, una meravigliosa valle, molto isolata e quasi dimenticata, che si dirama a partire dalla città di Morbegno (Sondrio), nella mia vicina Valtellina. Il paese più grande di questa valle, Gerola Alta (1050 mslm), conta 168 abitanti e ospita ogni anno la fiera del Bitto.

Negli ultimi anni, questo capolavoro caseario è stato oggetto di aspre contese che sono sfociate nella netta contrapposizione tra Bitto DOP e Storico Ribelle: il primo è più a favore della quantità, per inseguire le esigenze dell’industria e del commercio, il secondo privilegia invece la qualità, rispettando la “ricetta” originale. Per tale motivo, i produttori locali che non hanno voluto rinunciare alle loro radici e alla loro identità di produttori storici (i “Ribelli del Bitto”) si sono completamente dissociati dall’etichetta di “Bitto DOP”, dando origine a quella di “Bitto Storico Ribelle”.

Lo Storico Ribelle è un formaggio d’alpe a latte crudo, prodotto in specifici alpeggi sulle Prealpi Orobie. Una volta maturo, si presenta in forme cilindriche regolari con diametro di 40-50 cm, altezza di 9-12 cm e un peso variabile dai 9 ai 20 kg. La pasta, compatta, di colore variabile dal bianco al giallo paglierino a seconda della stagionatura, presenta un’occhiatura rara ad occhio di pernice.

Le fasi produttive si svolgono secondo gli usi tradizionali, legati alle caratteristiche ambientali, nel periodo compreso fra il 1^ giugno ed il 30 settembre.

Il latte di vacca appena munto viene aggiunto a quello caprino (10-20%), ottenuto dalla razza orobica (una razza autoctona a rischio di estinzione) e lavorato a crudo, in loco, nel “calècc”, una millenaria costruzione in pietra che protegge la zona di caseificazione.

Il latte crudo ha caratteristiche microbiologiche variabili a seconda del clima, dell’ambiente in cui vivono gli animali e della loro nutrizione: il disciplinare di produzione dello Storico non permette di impiegare fermenti lattici durante il processo di caseificazione, né di integrare l’alimentazione dei bovini e dei caprini con mangimi e insilati per mantenere intatte le proprietà del latte montano.

Il divieto di utilizzo di fermenti lattici (starter) nella cagliata, imposto dal disciplinare dello Storico Ribelle, arricchisce la variabilità organolettica del formaggio, caseificato esclusivamente grazie alla flora batterica locale che si differenzia secondo gli alpeggi (superfici, attrezzi, zone umide o secche). L’alta variabilità e imprevedibilità aromatica pongono il prodotto a rischio di sviluppare difetti.

Le forme di Storico Ribelle, infatti, nonostante siano prodotte dai casari con lo stesso metodo tradizionale, presentano caratteristiche organolettiche sempre diverse, a seconda dell’alpeggio e dell’altitudine in cui sono state prodotte: il divieto di utilizzo dei mangimi in alpeggio è l’altro presupposto fondamentale per salvaguardare le peculiarità di questo prodotto.

Nel Centro di stagionatura e affinatura di Gerola Alta, lo Storico Ribelle Presidio Slow Food può essere invecchiato oltre i dieci anni e il prezzo delle forme più “anziane” può arrivare a oltre 170 euro/kg. Ma ne vale la pena, credetemi.

La biodiversità dell’ambiente montano, i suoi profumi e aromi, conferiscono caratteristiche organolettiche uniche a ciascuna forma di Bitto Storico prodotta nei 12 alpeggi del Consorzio di Salvaguardia. Inoltre, l’ambiente delle Prealpi Orobiche, per esposizione, per la abbondanza di corsi d’ acqua e per le variazioni altimetriche, presenta una varietà floreale che conferisce al latte proprietà nutrizionali di qualità superiore. L’alimentazione del bestiame, infatti, agisce positivamente sugli aspetti qualitativi del latte rendendolo ricco di acidi grassi poli-insaturi e di acidi grassi essenziali della serie omega 3, entrambi noti per gli effetti benefici sulla nostra salute. Inoltre, il latte degli animali alimentati al pascolo si arricchisce di vitamine A ed E, antiossidanti naturali, acido linoleico coniugato, acido butirrico e terpeni, responsabili degli aromi.

Le vitamine A ed E sono importanti per le specifiche azioni vitaminiche (garantiscono, infatti, una buona salute del sistema immunitario, della vista, della pelle e delle membrane cellulari in generale) ma, soprattutto, per le loro proprietà antiossidanti. Gli antiossidanti sono composti in grado di contrastare la formazione di radicali liberi e lo stress ossidativo, prevenendo così il danno e l’invecchiamento cellulare.

L’acido linoleico coniugato (CLA) agisce sulla fisiologia corporea con le sue proprietà antitumorali, antiossidanti, antinfiammatorie e può aiutare nel miglioramento del rapporto tra massa magra e massa grassa dell’individuo. Quest’ultimo fattore è alla base del crescente interesse per il CLA nel mondo del fitness e del bodybuilding.

L’acido butirrico è un acido grasso saturo, non essenziale (ossia sintetizzabile dal nostro organismo), ampiamente presente nella frazione lipidica del latte di animali allevati al pascolo; tra le sue caratteristiche positive si annoverano le proprietà antidiabetiche e antitumorali nei confronti dei tumori del colon retto.

Gli acidi grassi essenziali polinsaturi della serie omega-3 hanno effetti antitrombotici, antipertensivi e antiaterogeni, conferendo protezione al cuore, alle pareti arteriose e al sistema cardiocircolatorio in generale.

Il Bitto Storico Ribelle rappresenta, quindi, un formaggio di estrema qualità, con un profilo lipidico e nutrizionale ben diverso da quei formaggi e, in generale, da quei cibi industriali che oggigiorno invadono –purtroppo- le nostre tavole. Tanto di cappello ai Ribelli del Bitto che, difendendo la loro tradizione, contribuiscono a mantenere vivo un concetto cardine dell’educazione alimentare: più che alla quantità di ciò che mangiate (che risulta solitamente eccessiva), puntate sempre alla qualità. Ne beneficeranno il gusto, la psiche e la Vostra salute in generale.

 

Fonti delle immagini:

http://www.viagginaturaecultura.it/scheda.php?id=732

http://www.valgerolaonline.it/it/estate/escursioni/pizzo-olano/

https://www.ecodibergamo.it/stories/Economia/bitto-storico-prezzo-alle-stellefino-a-17-euro-alletto-ma-va-a-ruba_1144377_11/

https://www.formaggiobitto.com/it/8-bitto-storico/8-disciplinare-bitto-storico

http://www.valgerolaonline.it/it/inverno/cultura/centro-del-bitto/

https://www.formaggiobitto.com/it/

http://www.ecomuseovalgerola.it/03_benietnografici/02_alpeggi.html

http://www.valgerolaonline.it/it/scopri-il-territorio/il-formaggio-bitto/

La dieta chetogenica: in cosa consiste?

In questo articolo vi parlo della dieta chetogenica, che, al momento, sto provando su me stessa (oggi sono al ventesimo giorno). Penso che sia fondamentale verificare su se stessi, per i professionisti della nutrizione, quello che poi si potrebbe dover (o voler) proporre ai propri pazienti, in modo tale da riuscire a immedesimarsi in loro al meglio e ad identificare pregi e difetti di un particolare regime alimentare.

Una dieta chetogenica (sviluppata per la prima volta nel 1921 dal Dott. Wilder per il trattamento dell’epilessia infantile) è una qualsiasi dieta che provochi la produzione dei cosiddetti corpi chetonici da parte del fegato, determinando una modificazione del metabolismo per la quale il corpo non utilizza più il glucosio come carburante, bensì i grassi (lipidi). Più in dettaglio, una dieta chetogenica prevede la restrizione dei carboidrati (glucidi) al di sotto di un certo livello (solitamente 100 g al giorno), fattore che provoca una serie di adattamenti metabolici descritti più avanti. Mentre l’introito di proteine e di lipidi è variabile a seconda dell’obiettivo di chi intraprende la dieta chetogenica, ciò che davvero contraddistingue una dieta come chetogenica è l’assenza di carboidrati.

Quando si segue una dieta “normale”, l’organismo ricava energia da una miscela di carboidrati, proteine e grassi. Quando i carboidrati vengono rimossi dalla dieta, le piccole scorte glucidiche corporee, che si ritrovano in forma di glicogeno (polimero del glucosio), sono consumate velocemente. Il corpo è quindi forzato a ricavare energia da fonti alternative, una delle quali è rappresentata dagli acidi grassi liberi (abbreviati con FFA in inglese), utilizzabili dalla maggioranza degli organi. Il cervello e il sistema nervoso, tuttavia, non sono in grado di utilizzare i FFA ma sono in grado, invece, di utilizzare i corpi chetonici, un sotto-prodotto derivante dall’incompleta rottura dei FFA nel fegato. Quando i corpi chetonici vengono prodotti più velocemente del normale, come nel caso di una dieta priva di carboidrati, si accumulano nel flusso sanguigno causando l’instaurarsi di una condizione metabolica nota come chetosi. Parallelamente, si assiste ad una riduzione dell’uso e della sintesi di glucosio, oltre ad una diminuzione dell’utilizzo delle proteine a scopo energetico (“risparmio proteico”). Quest’ultimo rappresenta uno dei vantaggi che spingono molte persone ad optare per una dieta chetogenica: la perdita di grasso corporeo senza intaccare la massa magra (muscolare).

Come per tutte le diete mirate alla perdita di massa grassa, l’esercizio fisico aiuta a trarre benefici dalla dieta chetogenica. Una dieta priva di carboidrati, tuttavia, non è in grado di sostenere e garantire le prestazioni fisiche durante un’attività ad alta intensità, mentre è possibile svolgere esercizio fisico a bassa intensità durante un regime chetogenico. Le persone che desiderano ricorrere alla dieta chetogenica pur continuando ad allenarsi ad alta intensità dovranno integrare, quindi, i carboidrati senza interrompere la chetosi. A tale scopo, sono stati ideati due protocolli modificati di dieta chetogenica (non descritti qui in dettaglio): la dieta chetogenica mirata (TKD in inglese) consente di consumare carboidrati nel periodo peri-allenamento (prima, durante e/o dopo), mentre la dieta chetogenica ciclica (CKD) prevede l’alternanza di periodi di dieta chetogenica con periodi ad elevato consumo di carboidrati, i quali consentono di rigenerare le scorte di glicogeno muscolare necessarie a sostenere le prestazioni fisiche durante un esercizio intenso.

Vi è una relazione tra i carboidrati e i grassi: i carboidrati introdotti in eccesso con la dieta possono essere convertiti in grasso all’interno del fegato attraverso un processo chiamato lipogenesi de novo (DNL). Mentre è vero che la DNL non contribuisce in maniera significativa all’accumulo di grasso nell’uomo, essendo il corpo umano in grado di immagazzinare o bruciare l’eccesso di carboidrati quando le riserve di glicogeno muscolare ed epatico non sono del tutto piene, è anche vero che questo processo limita il consumo dei grassi, i quali verranno immagazzinati come adipe una volta introdotti con la dieta in associazione ad un’elevata assunzione di carboidrati. Nel caso di un individuo inattivo che consuma un eccesso di carboidrati E di grassi, le scorte di glicogeno sono perennemente sature e, a causa dell’elevato introito di carboidrati, l’utilizzo dei grassi è quasi totalmente bloccato, portando così all’accumulo dei grassi introdotti con la dieta. Questo concetto ha portato alcuni autori in passato a suggerire una minimizzazione dei grassi alimentari per la perdita di peso: siccome l’introduzione di carboidrati determina il blocco dell’utilizzo dei grassi da parte del corpo, la persona dovrebbe mangiare meno grassi possibili per evitarne l’accumulo. La dieta chetogenica affronta il problema dal lato opposto: riducendo l’introito di carboidrati al minimo, l’utilizzo dei grassi da parte dell’organismo viene massimizzata.

Ciascun tipo di macronutriente (carboidrati, proteine, grassi) ha una determinata tendenza a favorire o sfavorire la chetogenesi.

I carboidrati sono al 100% anti-chetogenici, poiché, una volta digeriti e convertiti a glucosio, provocano l’aumento dei livelli di insulina (ormone deputato a ridurre i livelli di glucosio) e la riduzione dei livelli di glucagone (antagonista dell’insulina, promuove la sintesi di glucosio), impedendo così la generazione dei corpi chetonici. Poiché il cervello è l’unico organo che richiede glucosio in quantità di circa 100 g al giorno, esso non avrà necessità di cominciare ad utilizzare i corpi chetonici se tale quantità di glucosio viene consumata con la dieta. Di conseguenza, una qualsiasi dieta che preveda un introito giornaliero di carboidrati superiore a 100 g non può essere definita chetogenica. La dose di carboidrati andrà ulteriormente ridotta dopo circa 3 settimane, quando la richiesta di glucosio da parte del cervello scende a 40 g al giorno.

Le proteine hanno sia effetti chetogenici (46%) che anti-chetogenici (58%), poiché il 58% delle proteine comparirà nel sangue sotto forma di glucosio, provocando un aumento insulinico (sebbene di entità inferiore a quello causato dai carboidrati) e quindi l’inibizione della chetogenesi. Dunque, durante una dieta chetogenica, bisogna prestare attenzione a non eccedere con l’introduzione di proteine, cosa che potrebbe impedire l’ingresso in chetosi o il mantenimento della stessa. D’altra parte, è fondamentale garantire un introito proteico adeguato, in modo da evitare perdite di azoto dovute al catabolismo delle proteine corporee.

I grassi sono principalmente chetogenici (90%) ma anche lievemente anti-chetogenici (10%), a causa della conversione a glucosio del glicerolo che compone gli acidi grassi.

Perdita di peso e perdita di grasso nella dieta chetogenica

Essendo una dieta in cui il contenuto di carboidrati è molto limitato, la dieta chetogenica tende a causare una rapida perdita di acqua nei primi giorni in cui la si inizia. Uno dei motivi principali è sicuramente il contenuto di acqua legata al glicogeno, corrispondente a circa 3 grammi di acqua per ogni grammo di carboidrati immagazzinati come riserva: perdendo glicogeno, viene persa anche l’acqua ad esso legata (si stima una perdita di acqua da 2 a 7 kg durante i primi giorni di dieta chetogenica). Inoltre, i corpi chetonici hanno di per sé un effetto diuretico, determinando l’escrezione di acqua ed elettroliti, compreso il sodio, il quale è responsabile della ritenzione idrica. A causa della confusione riguardo la perdita di peso e la perdita di grasso (si veda di seguito), molte persone sono portate a seguire diete a basso contenuto di carboidrati principalmente per via della rapida perdita di peso iniziale dovuta alla perdita di acqua, che, sebbene transiente, può fornire un incentivo psicologico all’individuo, garantendo così una maggiore compliance (adesione) alla dieta stessa.

Dato che il peso perso inizialmente durante una dieta chetogenica corrisponde all’acqua, di contro, quando un individuo interrompe tale dieta (deliberatamente o a causa di “sgarri”), si ha una rapida ripresa di peso data dalla reintroduzione dei carboidrati, che può attestarsi attorno a 1.5-2 kg in un solo giorno: ciò può essere tanto devastante psicologicamente quanto benefica era stata l’iniziale perdita di peso. Tuttavia, come è impossibile perdere molto rapidamente il grasso corporeo, così è fisiologicamente impossibile accumulare 1.5-2 kg di reale massa grassa in un solo giorno.

Effetti (collaterali e non) della dieta chetogenica

Un effetto positivo della dieta chetogenica è la riduzione dell’appetito, che potrebbe essere causata dall’effetto saziante tipico delle proteine e da un effetto diretto di soppressione dell’appetito da parte dei corpi chetonici. Inoltre, il dispendio metabolico pare essere superiore durante una dieta chetogenica, grazie alla termogenesi indotta dalle proteine (ossia l’energia necessaria a metabolizzare le proteine), superiore a quella degli altri macronutrienti, e alla necessità di sintetizzare il glucosio (poco presente nell’alimentazione chetogenica) a partire dalle proteine. Il fatto che la dieta chetogenica sia in grado di sopprimere l’appetito ha come corollario una maggiore compliance (aderenza) da parte dei pazienti a tale protocollo dietetico rispetto ad altri tipi di diete. La maggiore aderenza al protocollo dietetico è data anche dall’assenza di alimenti zuccherini, che sono notoriamente in grado di determinare dipendenza nell’individuo che li consuma e uno scompenso dei normali meccanismi neuro-ormonali di controllo alimentare.

Durante una dieta chetogenica, viene assunta una quota lievemente maggiore rispetto a quella prevista da una dieta classica: questo consente di preservare la massa muscolare, il tessuto metabolicamente più attivo, una volta raggiunto il peso corporeo desiderato.

Un altro vantaggio dato dalla dieta chetogenica è il miglioramento dei parametri di rischio cardiovascolare: si assiste ad una riduzione dei trigliceridi ematici, una riduzione del colesterolo LDL (il colesterolo “cattivo”) e un aumento del colesterolo HDL (il colesterolo “buono”). Sembrerebbe, infatti, che, per ridurre il rischio cardiovascolare, sia più efficace una riduzione dei carboidrati dietetici piuttosto che dei grassi (ben rappresentati in una dieta chetogenica).

La dieta chetogenica, inoltre, potrebbe essere utile nel miglioramento del diabete di tipo 2, poiché si ha un miglioramento della glicemia grazie alla soppressione della produzione di glucosio nel fegato.

Infine, il beta-idrossibutirrato, uno dei corpi chetonici, è in grado di proteggere le cellule dallo stress ossidativo (fungendo, quindi, da antiossidante) e ha proprietà anti-infiammatorie.

Tra gli svantaggi della dieta chetogenica, per contro, si possono annoverare sensazioni di stanchezza, spossatezza e sonnolenza, soprattutto durante i primi giorni di dieta: tale effetto sembrerebbe essere causato dalla transizione, da parte del cervello, dall’uso preferenziale di glucosio verso quello di corpi chetonici. Al termine della fase di adattamento alla chetosi (2-3 settimane), tuttavia, l’effetto scompare e si verifica, al contrario, un aumento dei livelli di energia e di attenzione, grazie al fatto che il corpo può ricavare più energia (sotto forma di ATP, adenosin trifosfato) dai corpi chetonici rispetto che dal glucosio.

Poiché i corpi chetonici hanno un effetto diuretico, potrebbero verificarsi carenze di minerali, facilmente superabili tramite la supplementazione, in particolar modo di sodio, potassio e magnesio. E’, inoltre, consigliabile integrare citrati e carbonati una volta instaurata la chetosi, in modo da evitare la formazione di calcoli renali a lungo termine.

Come uscire da una dieta chetogenica?

Bisogna ricordare che, quando i carboidrati vengono reintrodotti nella dieta, si assiste ad un aumento di peso (dovuto a glicogeno ed acqua) che non deve essere assolutamente confuso con un aumento di massa grassa.

Uno degli effetti a lungo termine delle diete a basso contenuto di carboidrati è un aumento della resistenza insulinica (“diabete da fame”) quando i carboidrati vengono reintrodotti nell’alimentazione: si assiste ad oscillazioni glicemiche e ad iperinsulinemia, a causa dei cambiamenti che avvengono nei livelli enzimatici, in particolar modo per quel che concerne gli enzimi coinvolti nel consumo di grassi e carboidrati. L’espressione degli enzimi deputati al consumo dei carboidrati è infatti ridotta durante una dieta priva di tale macronutriente e, inoltre, elevati livelli di acidi grassi liberi nel sangue alterano i meccanismi di trasporto del glucosio. Il risultato finale è che molti individui sperimentano la cosiddetta ipoglicemia di rimbalzo (bassi livelli di zucchero nel sangue) durante i primi giorni di ricarica glucidica.

Per evitare di ingrassare e consumare calorie extra, quando si reintroducono i carboidrati nella dieta è necessario ridurre l’assunzione di grassi, in particolare di 1 grammo di grassi ogni 2 grammi di carboidrati introdotti (considerando che i grassi contengono per grammo all’incirca il doppio delle calorie dei carboidrati).

Inoltre, per evitare un rapido riacquisto di peso (non di grasso), i carboidrati andrebbero reintrodotti gradualmente, limitandosi ad aggiungere al massimo 20-30 grammi al giorno (provenienti soprattutto da verdure) e moderando i cibi amidacei (pasta, riso, pane). Chiaramente è bene mantenere l’attività fisica quando i carboidrati vengono reintrodotti nella dieta ed eventualmente aumentarla se si eccede con il consumo calorico (fatto che si può verificare specialmente i primi giorni di reintroduzione dei carboidrati).

Conclusioni

La dieta chetogenica può essere un valido strumento nell’ambito della perdita di peso, risultando più sostenibile di altri approcci dietetici (come descritto in precedenza), e nel miglioramento della capacità di ossidazione (consumo) dei grassi. Quest’ultimo fattore risulta utile negli sport di endurance (resistenza), quando l’allenamento o la gara vengono protratti a lungo, come avviene ad esempio nella maratona o nel ciclismo, dove si assiste alla deplezione delle scorte di glicogeno e ad un conseguente calo delle prestazioni fisiche (si pensi al famoso “muro dei 30 km” durante una maratona): una buona capacità di ossidazione dei lipidi potrebbe conferire quel vantaggio necessario a portare a termine la prestazione fisica con buoni risultati.

E’ d’obbligo, naturalmente, valutare il singolo caso per comprendere se la dieta chetogenica sia la scelta migliore per quell’individuo; inoltre, se si decide di optare per l’approccio chetogenico, è necessario impostare la dieta in maniera corretta a seconda delle caratteristiche fisiche della persona. Per tali ragioni, è consigliabile affidarsi ad un professionista della nutrizione, in grado di gestire le tante variabili da considerare nella stesura di un piano dietetico personalizzato.

Chi può prescrivere diete?

Si sente di continuo parlare di piani alimentari elaborati da personal trainer, prodotti dimagranti miracolosi venduti da amici di amici senza alcun titolo o bevande eccezionali sponsorizzate attraverso i social network da personaggi più o meno noti.
Ultimamente la sana alimentazione, l’estetica, il fitness sono diventati più che mai un vero e proprio business dimenticando troppo spesso che si tratta prima di tutto di SALUTE.
Non si può, infatti, giocare con la salute quando NON si hanno le capacità o le competenze per intervenire ed elaborare un corretto profilo nutrizionale in soggetti sani, sportivi, patologici o con disturbi dell’alimentazione.

Le UNICHE figure titolate all’elaborazione delle diete sono: il medico, il biologo nutrizionista, il dietista (previa prescrizione medica).

NON POSSONO elaborare diete: il naturopata, il personal trainer, gli operatori del benessere non meglio identificati, il farmacista, i terapisti olistici, il comune cittadino, i distributori di prodotti dietetici, il tecnologo alimentare, chiunque non abilitato per legge.

Le figure appena elencate NON rientrano nell’ambito sanitario e commettono ABUSO della professione sanitaria passibile di denuncia con reclusione da 6 mesi a 3 anni e multa da euro 10000 a euro 50000 secondo l’art. 348 del Codice penale.

L’abilitazione è una competenza specifica e non bisogna sottovalutarla!
Chi si rivolge ad un professionista, la maggior parte delle volte a pagamento e/o privatamente, vuole e deve ricevere consigli e indicazioni assolutamente personalizzati e non un copia e incolla!

CONSIGLIO: una volta individuata la persona a cui affidarvi per perdere peso o migliorare la vostra salute attraverso l’alimentazione, verificate sempre che sia abilitata dalla legge.

COME FARE? RICORDATEVI CHE IL VERO PROFESSIONISTA: timbra e/o firma e inserisce i propri riferimenti sulla dieta elaborata; da agosto 2013 deve stipulare una polizza per responsabilità civile; emette fatture sanitarie IVA esenti (detraibili dalla dichiarazione dei redditi); fa firmare il consenso per la privacy; è iscritto all’Ordine dei Biologi (http://www.onb.it/servizi/elenco-iscritti/) o all’Ordine dei Medici (https://application.fnomceo.it/Fnomceo/public/ricercaProfessionisti.public); nel caso dei Dietisti è sufficiente l’indicazione del titolo di Dietista.

Una miriade di approcci dietetici

Al mondo esistono parecchi tipi principali di diete, ciascuno caratterizzato da una moltitudine di sottotipi. Ciò non fa altro che creare confusione nelle persone che si interfacciano a tali diete e perfino in molti professionisti esperti di nutrizione. Come se non bastasse, vi è un’invasione continua di diete “alla moda”, convogliate sulla cresta dell’onda dai principali media e quasi sempre prive di alcun fondamento scientifico.

Tra le principali categorie di diete per le quali si dispone di dati di letteratura scientifica, vi sono le diete a contenuto energetico basso e molto basso, le diete a ridotto contenuto di grassi, le diete a basso contenuto di carboidrati, le diete iperproteiche, le diete chetogeniche e il digiuno intermittente. Ciò che di comune hanno questi tipi di diete è l’obiettivo: migliorare la composizione corporea, ossia, in termini semplicistici, diminuire il grasso corporeo e aumentare la massa muscolare.

Le diete a contenuto energetico basso e molto basso prevedono un ridotto apporto calorico giornaliero, pari a circa 800-1200 kcal/giorno e 400-800 kcal/giorno, rispettivamente. Il loro obiettivo è una rapida perdita di peso, anche dell’ordine di 1-2.5 kg alla settimana, cercando di preservare la massa magra (massa muscolare) il più possibile. In genere si tratta esclusivamente di pasti in forma liquida, preparati commercialmente e fortificati con tutti i micronutrienti necessari (vitamine, sali minerali). E’ stato evidenziato come l’allenamento di forza (ossia con i pesi, oppure a corpo libero, sfruttando il proprio corpo come peso) sia in grado di preservare, se non addirittura aumentare, la massa magra durante una dieta a basso contenuto energetico, soprattutto in quei soggetti obesi o non allenati. Per contro, questo tipo di dieta non pare molto adatto agli atleti e alle persone sane, anche perché, tra gli effetti collaterali, si annoverano l’intolleranza al freddo, la spossatezza, il mal di testa, la confusione e lo stordimento, i crampi muscolari e la costipazione. Inoltre, a lungo termine (cioè per periodi di tempo di oltre 1 anno), questo tipo di dieta non pare garantire risultati maggiori rispetto a una restrizione calorica più blanda, e non è ancora chiaro quale sia il periodo di tempo più adeguato durante il quale si riesca a sostenere in modo sicuro per la salute una dieta a contenuto energetico molto basso.

Le diete a basso contenuto lipidico forniscono circa il 20-35% dell’energia giornaliera sotto forma di grassi. Questo tipo di approccio, che prevede di ridurre l’introito quotidiano di lipidi (grassi), risale fino agli anni ’50 e si basa sul fatto che i grassi sono i macronutrienti che forniscono più energia (ogni grammo di grasso fornisce 9 kcal, contro le 4 kcal fornite da proteine e carboidrati): riducendo i grassi, si riduce l’apporto calorico totale giornaliero e si dimagrisce. Sebbene vi siano dei risultati nel breve termine, questo approccio dietetico non porta dei reali vantaggi rispetto alla sola restrizione energetica nel lungo termine.

Le diete a basso contenuto di carboidrati si contrappongono a quelle a basso contenuto di lipidi e prevedono un introito giornaliero di non più di 200 g di carboidrati, che, su una dieta di 2000 kcal quotidiane, rappresentano circa il 40% dell’energia assunta. Questo tipo di dieta si basa sul concetto che, limitando i carboidrati, viene facilitato il consumo dei grassi presenti nel tessuto adiposo, essenzialmente per tre motivi:

  • Riduzione della produzione di insulina: l’insulina è un ormone che viene prodotto dal pancreas in seguito soprattutto all’ingestione di carboidrati, costituiti dallo zucchero semplice glucosio, e ha lo scopo di ridurre la glicemia, ossia la quantità di glucosio nel sangue; tuttavia, l’insulina ha anche un effetto anabolico nei confronti del tessuto adiposo e tende, dunque, a far depositare lipidi nell’adipe quando presente in eccesso. Riducendo la produzione di insulina grazie a una minore assunzione di carboidrati, diminuisce anche la tendenza all’accumulo adiposo.
  • Aumento del consumo dei grassi: nelle prime 24-48 ore di drastica riduzione dell’apporto dei carboidrati, aumenta il consumo dei trigliceridi (grasso di deposito) e del glicogeno (la forma di riserva del glucosio che il nostro organismo utilizza; viene depositato nel fegato e nei muscoli).
  • Riduzione dell’appetito: in mancanza di glucosio, nutriente fondamentale per il funzionamento del cervello e di altri organi, vengono utilizzati gli acidi grassi, che generano come prodotto metabolico i cosiddetti corpi chetonici. I corpi chetonici hanno un effetto anoressizzante, ossia di riduzione dell’appetito.

Il calo di peso promosso dalle diete a basso contenuto di carboidrati è rapido, ma è in buona parte fittizio, ossia ciò che viene perso non è soltanto massa grassa ma anche acqua, glicogeno e massa muscolare. La perdita di massa grassa è dovuta principalmente all’automatica riduzione calorica che avviene a causa della limitata scelta degli alimenti consentiti da questo tipo di dieta (vengono eliminati tutti i cereali, i prodotti da forno e quasi tutti i tipi di frutta) e all’effetto di soppressione dell’appetito che un elevato apporto di proteine provoca. La perdita di glicogeno e dell’acqua ad esso legata può far diminuire il peso corporeo di 1-2 kg ma, come detto, non è un dimagrimento “corretto”, perché non diminuisce la massa adiposa e non migliora la composizione corporea. Da ultimo, la perdita di massa muscolare avviene poiché l’organismo cerca di recuperare da essa energia e glucosio a partire da alcuni amminoacidi che compongono le proteine muscolari; è possibile ovviare almeno in parte al catabolismo (degradazione) muscolare assumendo un’elevata quantità di proteine con la dieta, le quali hanno, inoltre, un potere saziante superiore a carboidrati e grassi. Tuttavia, come sempre avviene, gli eccessi non sono salutari: le proteine producono scorie azotate, che vanno eliminate dai reni e, per quanto una persona possa essere sana, non è comunque auspicabile raggiungere un sovraccarico renale a causa dell’eccessiva quantità di proteine assunte con la dieta. Infine, da non trascurare è l’assenza, nella letteratura scientifica, di dati sufficienti ad attribuire un maggiore effetto dimagrante alle diete a basso contenuto di carboidrati rispetto alle tradizionali diete ipocaloriche, a parità di apporto calorico.

Le diete chetogeniche (= che generano corpi chetonici) sono un sottotipo delle diete a basso contenuto di carboidrati. Mentre nel caso di queste ultime il contenuto di carboidrati può variare molto, una dieta chetogenica può essere definita tale soltanto se il contenuto di carboidrati è inferiore a circa 50 g al giorno (ossia circa il 10% di un fabbisogno calorico di 2000 kcal al giorno). Minore è il contenuto di carboidrati, più stringente è la dieta chetogenica. L’introito di proteine è moderato, in modo da ridurre la degradazione della massa muscolare, e i grassi rappresentano il macronutriente più abbondante in questo tipo di dieta. A tal proposito, è d’obbligo precisare che ciò non significa che la dieta chetogenica sia necessariamente iperlipidica: la dieta può essere ipo-, normo- o iperlipidica a seconda dell’introito energetico stabilito per essa. I vantaggi della dieta chetogenica sono gli stessi già esposti per le diete a basso contenuto di carboidrati, mentre gli svantaggi potrebbero essere una sensazione di spossatezza, la stipsi, l’aumentata diuresi e secchezza della bocca, alito che odora di acetone e un maggior sovraccarico renale dovuto allo smaltimento dei corpi chetonici presenti in eccesso. La dieta chetogenica non è, comunque, un regime alimentare equilibrato, considerato che, oltre a modificare i rapporti tra i vari macronutrienti, esclude alcune classi di alimenti che apportano sostanze nutritive essenziali. Tale tipo di dieta, dunque, può essere efficace nel breve termine ma non va protratta per troppo tempo; inoltre, in letteratura vi sono ancora pochi dati sull’efficacia e la sicurezza di diete chetogeniche protratte per alcuni mesi anziché soltanto per alcune settimane.

Le diete ad alto contenuto proteico prevedono un apporto di proteine circa doppio rispetto a quello che si ha con una dieta normoproteica. In tale maniera, è possibile preservare la massa muscolare e ridurre la massa grassa in caso di un regime ipocalorico. Ciò accade poiché le proteine sono il macronutriente con il maggiore effetto termogenico e maggiormente dispendioso dal punto di vista metabolico: è richiesta una certa quota di energia per poter scindere e metabolizzare le proteine all’interno dell’organismo, e questo permette di preservare il consumo calorico a riposo (che, altrimenti, diminuirebbe) quando ci si sottopone a una dieta ipocalorica. Inoltre, le proteine hanno maggior potere saziante rispetto ai carboidrati e, ancor più, ai grassi. Da notare è il fatto che gli effetti termogenico, saziante e di mantenimento della massa muscolare tipici delle proteine possono essere potenziati se si svolgono allenamenti intensi di forza.

Il digiuno intermittente può essere di 3 tipi: digiuno a giorni alterni, digiuno per l’intera giornata e alimentazione soltanto per alcune ore del giorno. Il digiuno a giorni alterni prevede un digiuno di 24 ore seguito da altre 24 ore in cui ci si alimenta. Dato che non si ha un aumento dell’assunzione di cibo nella giornata in cui ci si alimenta per compensare la precedente giornata di digiuno, è possibile perdere peso e massa grassa attraverso questo approccio di digiuno intermittente. La strategia che permette di conservare il più possibile la massa muscolare sembra essere quella in cui ci si mantiene intorno al 25% dell’introito calorico normale durante la giornata di “digiuno” (tipicamente consumando soltanto il pranzo), la quale è seguita da 24 ore in cui ci si alimenta normalmente.

Il digiuno per l’intero giorno prevede da 1 a 2 periodi di digiuno di 24 ore all’interno della settimana, in modo da ottenere un deficit calorico se si considera il bilancio relativo all’intera settimana.

Infine, l’alimentazione ristretta nel tempo prevede di solito un periodo di digiuno di 16-20 ore seguito da un periodo di alimentazione di 4-8 ore.

Nell’insieme, tutti e tre i metodi di digiuno intermittente sono stati comparati con diete caratterizzate da un deficit calorico continuo nel tempo, anziché intermittente, ed è emerso che i due tipi di approcci sono ugualmente efficaci nel ridurre il peso e la massa grassa.

Dopo questa carrellata di approcci dietetici, bisogna dire che ogni metodo ha i suoi pregi e i suoi difetti e nessun approccio è ideale per tutte le circostanze. E’ fondamentale che il professionista della nutrizione comprenda quale sia il metodo migliore per ogni suo singolo paziente, tenendo anche in considerazione fattori quali il raggiungimento di un maggior grado di sazietà, la maggiore facilità di aderenza alla dieta o la facilità di gestione della dieta all’interno di una tipica giornata del paziente stesso.

La Dieta Mediterranea, Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità

Esaminando i risultati delle molte indagini condotte sulla popolazione dell’isola di Creta, ho notato che i centenari sono particolarmente frequenti tra i contadini, la cui colazione è spesso costituita soltanto da un bicchiere d’olio d’oliva”.

Così disse Ancel Keys (1904-2004), biochimico statunitense, noto per i suoi studi sull’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, che lo condussero a formulare le ipotesi sull’influenza dell’alimentazione su tali patologie e sui benefici apportati dall’adozione della cosiddetta dieta mediterranea.

Keys, negli anni Cinquanta, avviò lo studio epidemiologico “Seven Countries Study”, che ha coinvolto 7 nazioni di 4 regioni del Mondo e che ha analizzato sistematicamente i rapporti tra stile di vita, dieta, malattie cardiache e ictus, per un totale di oltre 12000 persone arruolate. Da questo studio, tutt’ora in corso, emerse che la mortalità per malattie cardiovascolari era inferiore nelle popolazioni che vivevano sul bacino mediterraneo rispetto agli abitanti di paesi quali gli Stati Uniti, in cui il consumo di grassi di origine animale come burro, strutto e carne rossa era più elevato. Ancel Keys definì, quindi, la dieta mediterranea come lo stile di vita migliore per vivere meglio e più a lungo. Non a caso, lo stesso Keys, trasferitosi nel Cilento, visse fino a 100 anni, dimostrando così le sue teorie.

Il 17 novembre 2010, l’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) ha proclamato la dieta mediterranea patrimonio immateriale culturale dell’umanità.

Sarebbe riduttivo definire la dieta mediterranea solo come un regime alimentare. La parola “dieta” ha origini greche e significa “stile di vita”, ossia l’insieme delle conoscenze, delle abilità e della cultura acquisite dalle popolazioni del Mediterraneo, che vanno dal territorio alla cucina, includendo il rispetto per la stagionalità di verdura e frutta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione e il consumo di cibo, senza dimenticare la convivialità a tavola.

Gli alimenti della dieta mediterranea

La dieta mediterranea è caratterizzata da un modello nutrizionale rimasto costante nel tempo e nello spazio, costituito principalmente da olio d’oliva, cereali, frutta fresca e secca, verdure, legumi, una moderata quantità di pesce, latticini e carne, e molti condimenti e spezie, il tutto accompagnato da vino rosso o infusi, sempre nel rispetto delle tradizioni di ogni comunità.

In che senso il consumo di questi alimenti giova alla salute?

Dal Seven Countries Study, è emerso che le popolazioni non mediterranee presentavano un tasso di mortalità per cardiopatia coronarica praticamente doppio rispetto a quello delle popolazioni mediterranee. Le diete delle due popolazioni erano molto diverse; in particolare, nelle 5 coorti mediterranee erano maggiormente presenti olio di oliva, cereali, frutta, ortaggi e vino, mentre nelle coorti non mediterranee carne, uova, formaggi, sostanze grasse di origine animale, bevande alcoliche come birra e super alcolici. Dallo studio è emerso anche che l’ipercolesterolemia correla con il rischio cardiovascolare, indipendentemente dalla popolazione considerata, e che l’associazione tra ipercolesterolemia e obesità aumenta la mortalità da tumori. Inoltre, la mortalità per cardiopatia ischemica era nettamente inferiore tra le popolazioni situate intorno al Mediterraneo. In pratica, più alto era il consumo di grassi animali e più alta era la frequenza di malattie cardiovascolari; la mortalità superiore delle popolazioni non mediterranee è stata attribuita alla dieta, che includeva una quota elevata di grassi saturi quali strutto, burro e carne rossa.

Perché il consumo di questi alimenti fa bene alla salute?

Lo stile di vita “mediterraneo” assicura un corretto ed equilibrato apporto dei principi nutritivi con funzione plastica ed energetica, con una ripartizione tra proteine, carboidrati e grassi vicina a quella ritenuta ottimale: proteine 15% delle calorie introdotte giornalmente, carboidrati 60% delle calorie introdotte giornalmente e grassi 25% delle calorie introdotte giornalmente. Tale stile di vita assicura, inoltre, un sufficiente apporto di sostanze essenziali (oligoelementi, vitamine, acidi grassi essenziali, amminoacidi essenziali), apporta una quantità ottimale di fibra e numerose sostanze antiossidanti.

I benefici specifici apportati da ogni alimento cardine della dieta mediterranea sono i seguenti:

Olio d’oliva Per trattare i benefici di questo alimento, è necessario un paragrafo piuttosto ampio. L’olio extravergine di oliva è la principale fonte di acidi grassi monoinsaturi, in particolare di acido oleico omega-9, e di acidi grassi polinsaturi, come l’acido linoleico (capostipite degli acidi grassi omega-6). Inoltre è ricco di vitamine A, B1, B2, C, D, E, K e ferro. Contiene antiossidanti che prevengono l’aterosclerosi e le malattie degenerative. Non contiene colesterolo. Contiene, invece, polifenoli, tra cui l’oleuropeina, che agisce come antibiotico e rinforza il sistema immunitario. L’olio extravergine di oliva ha una composizione in acidi grassi sorprendentemente simile a quella presente nell’organismo umano: tale fattore sembrerebbe responsabile della facile digeribilità e assimilazione di questo alimento. Da non tralasciare è la presenza di oltre 200 componenti presenti in basse quantità ma indispensabili per il sapore dell’olio e per la loro influenza sui processi metabolici e sullo stato di benessere umano. Tra di essi vi sono i fenoli e i polifenoli, come tirosolo e idrossitirosolo (che conferiscono un gusto particolarmente dolce, diversamente dall’oleuropeina, che conferisce un gusto leggermente amaro e piccante), i carotenoidi (precursori della vitamina A), i tocoferoli e i tocotrienoli (precursori della vitamina E), le catechine, gli alcoli triterpenici, i fitosteroli, e tanti altri ancora. Tali componenti agiscono da antiossidanti e contrastano lo stress ossidativo indotto dai radicali liberi, mantenendo l’integrità delle membrane cellulari e prevenendo, così, l’invecchiamento. I meccanismi attraverso cui l’olio di oliva esercita il suo effetto benefico nei confronti delle malattie cardiovascolari sono diversi e sono ormai noti. Gli acidi grassi monoinsaturi riducono il colesterolo totale e il colesterolo LDL (il colesterolo “cattivo”), non modificano il colesterolo HDL (il colesterolo “buono”) e diminuiscono il processo di ossidazione delle LDL, responsabile della formazione delle placche aterosclerotiche. Inoltre, l’elevato consumo di acidi grassi monoinsaturi derivati dall’olio di oliva e il ridotto consumo di acidi grassi saturi, abitudine tipica della dieta mediterranea, determina una maggiore protezione verso l’insorgenza di obesità, principale fattore di rischio del diabete, il cui sviluppo diviene meno probabile anche grazie alla riduzione dell’emoglobina glicata e al miglior controllo glicemico. Un altro beneficio dimostrato è la riduzione della pressione arteriosa in soggetti che seguono uno stile di vita mediterraneo, grazie all’effetto antiipertensivo degli acidi grassi monoinsaturi che diminuiscono il bisogno di farmaci antipertensivi (permettendo riduzioni del dosaggio). Infine, l’olio di oliva possiede anche un effetto antitrombotico e anticoagulante. Oltre a questi effetti benefici sul sistema cardiovascolare, l’olio di oliva riduce l’insorgenza di tumori (fino al 60% se si confrontano soggetti che ne consumano di più con soggetti che ne consumano meno), specialmente nei riguardi di tumori localizzati al seno e all’apparato gastrointestinale. Per quanto riguarda proprio quest’ultimo apparato, l’olio di oliva aumenta l’appetibilità dei cibi e promuove gli stimoli secretori dell’apparato digerente, così da indurre una migliore digeribilità e conferire un’eccellente tolleranza gastrica e intestinale agli alimenti. Infatti, l’olio di oliva protegge le mucose ed evita gli effetti di una eccessiva produzione di acido nello stomaco, riducendo così i rischi di ulcere gastriche e duodenali. Esercita un’azione lassativa, più efficace a digiuno, e contribuisce a correggere la stipsi cronica. Stimola la cistifellea e inibisce la secrezione della bile. Ha inoltre effetto protettivo contro la formazione di calcoli biliari. Da ultimo, studi recenti condotti sulla oleuropeina hanno aperto la prospettiva dell’uso di questa sostanza contenuta nell’olio di oliva come nutraceutico nel trattamento preventivo a lungo termine dei danni neurologici legati all’invecchiamento e in particolare al morbo di Alzheimer, una patologia dell’età senile in crescente diffusione per la quale non esiste ancora una terapia efficace e che pone gravi problemi sociali e di sostenibilità economica per i sistemi sanitari dei Paesi più industrializzati.

Cereali e derivati I cereali costituiscono un gruppo di alimenti di cui fanno parte mais, orzo, riso, avena, miglio, segale, sorgo, frumento (grano tenero e duro, farro). Sono un’importante fonte di energia nutritiva e forniscono tale energia sotto forma di amido, dal quale si ricava glucosio dopo il processo digestivo, e sono anche una buona fonte proteica. I cereali integrali sono quelli che mantengono intatti crusca e germe e sono ricchi di ferro, vitamine del gruppo B e fibre, che facilitano il transito intestinale e limitano il contatto di alcuni elementi nocivi con la mucosa gastrointestinale. Molti cereali possono essere macinati per farne diversi tipi di farina, i quali sono poi utilizzati per la produzione di pasta, pane e altri prodotti da forno. Secondo le linee guida dell’alimentazione mediterranea, bisognerebbe cercare di mangiare metà dell’assunzione giornaliera di cibo in forma di carboidrati e amido come patate, pasta, pane e riso, gli ultimi 3 preferibilmente integrali poiché ricchi di fibre. La fibra, infatti, riduce l’assorbimento del colesterolo e degli zuccheri semplici, stimola la motilità intestinale, non apporta energia (ossia calorie) e contribuisce all’insorgenza del senso di sazietà per effetto di distensione della parete gastrica. La fibra è sconsigliata soltanto in condizioni fisiopatologiche particolari quali colite ulcerosa e sindrome del colon irritabile, in caso di diarrea, nel corso di patologie in cui l’assunzione di abbondanti quantità di fibra può ridurre l’efficacia della terapia farmacologica (come nel morbo di Parkinson) e in caso di carenza di sali minerali come calcio e ferro. I soggetti affetti da celiachia o da intolleranza al glutine possono assumere una quantità sufficiente di fibra ricorrendo a cereali integrali privi di glutine (riso, mais, grano saraceno, miglio, amaranto, quinoa, manioca, teff, sorgo), oltre a frutta, verdura e legumi.

Frutta fresca e verdure Sono alimenti a ridotto potere calorico, ricchi in fibre, acqua, vitamine e minerali. Sono utili per raggiungere il senso di sazietà, senza eccedere nel consumo di altri tipi di alimenti ad alto potere calorico. Le porzioni di frutta e verdura consumate al giorno devono essere cinque. Scegliere sempre frutta e verdura di stagione limita il rischio di assumere con esse sostanze dannose usate in agricoltura, aiuta a preservare la biodiversità e, inoltre, le qualità organolettiche sono superiori.

Pesce È un alimento che ha plasmato la storia dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. È un’ottima fonte di proteine, di acidi grassi essenziali omega-3 (che l’uomo non è in grado di produrre e che deve, quindi, necessariamente assumere con la dieta) e alcuni sali minerali come fosforo e potassio che regolano gli scambi di sostanze attraverso la membrana delle cellule dell’organismo, condizionandone la normale funzionalità. Il consumo di omega-3 protegge il sistema cardiovascolare, diminuendo il rischio di malattie coronariche, ipertensione, aterosclerosi e trombosi.

Legumi Nonostante siano spesso chiamati la “carne dei poveri”, i legumi possiedono molte qualità e hanno una duplice funzione, sia per la presenza di carboidrati a lento assorbimento, sia per la buona quota proteica che possiedono. L’associazione di cereali e legumi è completa dal punto di vista proteico, poiché fornisce all’organismo tutti gli aminoacidi essenziali di cui necessita. I legumi hanno discrete quantità di sali minerali, alcune vitamine e fibra alimentare. Inoltre contribuiscono a modulare la risposta glicemica del pasto e non apportano colesterolo.

Latticini, uova, carne La dieta mediterranea prevede un consumo moderato di uova, di latte e derivati e di pollame, e un consumo molto moderato di carne rossa. Tali alimenti, infatti, se assunti in grandi quantità, potrebbero portare ad un eccessivo incremento di acidi grassi saturi e colesterolo. Nelle giuste dosi, questi cibi possiedono importanti proprietà: la carne è ricca in proteine di elevato valore biologico, grassi (la cui quota dipende dal tipo di allevamento e provenienza dell’animale), vitamine (in particolare del gruppo B) e sali minerali (come ferro e zinco). Il latte è un’ottima fonte di proteine, sali minerali (come il calcio) e vitamine.

Vino rosso Il vino rosso contiene molte sostanze ad azione antiossidante, come il resveratrolo e la quercetina. Tali sostanze sono importanti poiché sono in grado di proteggere le proteine, lipidi e acidi nucleici delle cellule dall’attacco dei radicali liberi. Ovviamente non è possibile inseguire un obiettivo anti-radicalico o, comunque, protettivo esauriente, poiché implicherebbe un’assunzione eccessiva di alcool. Resta, pertanto, valido il concetto che un buon bicchiere di vino rosso può contribuire ad esercitare azioni favorevoli non solo alla riduzione di rischi cardiovascolari, ma anche al miglioramento del quadro lipidico, del bilancio emostatico, della pressione arteriosa, della sensibilità insulinica, del livello di colesterolo HDL.

La dieta mediterranea considera anche la provenienza e l’origine degli alimenti e il rispetto per la biodiversità del territorio. Ogni alimento ha effetti benefici sulla salute ove il suo consumo sia adeguato a soddisfare i bisogni energetici e nutritivi dell’organismo e non sia eccessivo. Nel caso dell’olio d’oliva, ad esempio, un abuso è spesso correlato a dislipidemie (anomalie significative dei lipidi presenti nel sangue); nel caso dei carboidrati, invece, un consumo eccessivo è associato all’obesità. È fondamentale sottolineare che tutti i pasti di una giornata (prima colazione, pranzo, cena e spuntini) devono essere equilibrati, ossia devono contenere tutti i nutrienti di cui l’organismo necessita. Tale traguardo si può raggiungere facilmente con un’alimentazione il più possibile variata, esattamente come indica la dieta mediterranea.

Negli ultimi anni, vari studi pubblicati su riviste scientifiche di alto livello hanno confermato la validità della dieta mediterranea quale stile alimentare per la prevenzione delle malattie metaboliche, cardiovascolari e tumorali. E’ anche possibile riconoscere la dieta mediterranea quale utile strumento per ridurre il peso corporeo, con moderata restrizione calorica associata ad attività fisica.

Un ritorno alla dieta mediterranea autentica (purtroppo ormai quasi dimenticata perfino nel nostro Paese che ne è stata una delle principali culle) sarebbe decisamente auspicabile per aiutare le persone a migliorare il proprio stato di salute.

La bioimpedenziometria (BIA) per una corretta valutazione della composizione corporea

Per valutare la nostra forma fisica, siamo soliti pesarci sulla bilancia. In realtà, la bilancia non è lo strumento migliore da utilizzare per definire in modo corretto lo stato di forma e lo stato nutrizionale di una persona, poiché non è in grado di distinguere da cosa è composto quel peso che ha misurato. Infatti, il nostro corpo è costituito da acqua, massa magra (prevalentemente ossa, organi e muscoli) e massa grassa. Chiaramente, l’obiettivo di una dieta per dimagrire o, in generale, per ottenere uno stato di salute ottimale, dovrebbe essere quello di diminuire la massa grassa, conservare un buono stato di idratazione e, se necessario, aumentare la massa magra. Per poter valutare le percentuali delle 3 componenti corporee citate e la loro evoluzione nel tempo, ad oggi la migliore tecnologia ambulatoriale, validata da centinaia di pubblicazioni scientifiche, è la bioimpedenziometria (BIA), dalla quale, a mio avviso, un moderno nutrizionista non può prescindere per poter elaborare correttamente piani nutrizionali personalizzati.

Cos’è e come funziona la BIA?

E’ una tecnica del tutto indolore e non invasiva che si esegue applicando 4 elettrodi alla cute del soggetto, una coppia sul dorso della mano e una coppia sul dorso del piede (non è, quindi, necessario spogliarsi per eseguire il test). Agli elettrodi sono collegati, mediante 4 pinzette, i cavi dell’analizzatore, che iniettano un impulso di corrente alternata a 50 kHz di intensità, innocua per i tessuti (400 mA). Il principio sfruttato dalla BIA è quello per cui i tessuti biologici si comportano come conduttori, semiconduttori o isolanti, a seconda della tipologia di tessuto. Le soluzioni elettrolitiche intra- ed extracellulari dei tessuti magri, ad esempio, sono ottimi conduttori, mentre ossa e grasso sono sostanze isolanti e non vengono attraversati dalle correnti utilizzate. A seguito dell’analisi BIA, quindi, si ottengono 2 valori, chiamati resistenza e reattanza; tali valori vengono inseriti nel software dell’analizzatore BIA, il quale, attraverso un algoritmo che considera anche il sesso, l’età e l’altezza della persona, restituisce la composizione corporea del soggetto. I valori ottenuti per il soggetto in esame vengono inseriti in un grafico e confrontati con quelli di riferimento della popolazione.

Vantaggi della BIA

Attraverso la bioimpedenziometria è possibile:

  • Valutare l’idratazione corporea (esempio: viene evidenziata ritenzione idrica, che quindi potrà poi essere corretta attraverso l’alimentazione e l’attività fisica);
  • Stimare le percentuali e la quantità di grasso corporeo e massa muscolare corporea;
  • Capire se, durante la perdita di peso, sta diminuendo la massa grassa o semplicemente i liquidi corporei o entrambi;
  • Valutare la quantità di massa muscolare in funzione di una adeguata alimentazione e un’attività sportiva finalizzata alla tonificazione muscolare (si assiste, in tal caso, ad un aumento di peso, ma di qualità);
  • Giustificare il perché, dopo un allenamento costante nel tempo, l’ago della bilancia stenta a scendere ma le circonferenze (vita, fianchi) diminuiscono (aumento massa muscolare e diminuzione massa grassa).

Con la bioimpedenziometria, dunque, si dà precedenza alla qualità corporea piuttosto che alla quantità: il benessere e lo stato di forma di un individuo, infatti, derivano principalmente dal corretto equilibrio idro-elettrolitico, ovvero dalla normoidratazione associata a una buona massa muscolare e da una modesta quantità di massa grassa.

Nel mio Studio utilizzo la BIA 101 Akern. Con oltre 3000 pubblicazioni scientifiche validate, BIA 101 è considerato il migliore strumento per la valutazione della composizione corporea, dello stato nutrizionale e l’elaborazione di un trattamento dietetico personalizzato.

La bioimpedenziometria nella pratica nutrizionale

BIA e dimagrimento: perché, a volte, non si riesce a perdere peso nonostante la dieta?

Spesso un piano nutrizionale viene abbandonato o modificato a causa di un mancato calo di peso. Come già accennato, però, un calo ponderale non è sempre sinonimo di una diminuzione di grasso, specialmente se si verifica in poco tempo: con un’alimentazione incontrollata, troppo restrittiva e non equilibrata, si rischia di perdere solo acqua e massa cellulare (muscolare). Bisogna diffidare, quindi, delle diete che promettono di perdere tanti kg in pochi giorni. Inoltre, spesso la carenza di massa muscolare rallenta ed ostacola la perdita di peso: l’attività fisica diventa quindi necessaria per raggiungere gli obiettivi prefissati. Per riassumere, è importante far sì che la perdita di peso non sia a carico della massa muscolare ma esclusivamente a carico della massa grassa, per non compromettere lo stato nutrizionale ed evitare che l’organismo, come difesa, recuperi in breve tempo il peso perso a causa di una diminuzione del metabolismo basale (è la massa muscolare, infatti, quella che consuma energia).

BIA in ambito sportivo

Le misurazioni bioimpedenziometriche, sia negli sport di potenza che negli sport di resistenza, sono fondamentali per:

  • Programmare un corretto allenamento (isotonico o aerobico): migliore scelta dei carichi di lavoro e tempi di recupero;
  • Programmazione nutrizionale;
  • Controllo dello stato di idratazione (fondamentale per ottimizzare la performance sportiva).

Per uno sportivo è molto importante controllare la massa muscolare, per evitare una sua diminuzione che si può avere in caso di overtraining (allenamento troppo intenso o troppo prolungato) o di un regime alimentare inadatto al tipo di lavoro fisico svolto. L’analisi BIA consente di valutare un altro parametro molto importante nello sport, specialmente in quello di resistenza (sport di endurance): lo stato di idratazione. Una leggera disidratazione, con una diminuzione del 4-5% dell’acqua extracellulare (ECW), può provocare considerevoli cali della performance sportiva, arrivando fino al 20-30% in meno di efficienza fisica. Se le cellule muscolari non sono sufficientemente idratate, l’acqua viene sottratta al sangue, provocando un abbassamento della pressione arteriosa ed un aumento dello stress cardiaco, oltre che uno stato di stanchezza che incide sulla performance sportiva. Quando lo stato di idratazione extracellulare pre-gara o pre-allenamento è ottimale (circa 45%), esiste un rischio minore di disidratazione e di eventi traumatici muscolari e si verifica un più rapido recupero delle condizioni fisiche ottimali. È evidente, quindi, che la principale integrazione di cui hanno bisogno gli atleti (professionisti e amatoriali) è quella idrica.

Attraverso l’esame bioimpedenziometrico, si può conoscere la composizione corporea dello sportivo ed agire per mantenere un corretto stato di idratazione (ECW 40-50%) e una massa muscolare del 40-50%, allo scopo di migliorare le sue condizioni generali e le performance atletiche. Si riesce così a calibrare l’allenamento e l’alimentazione per portare l’atleta in condizioni ideali (rapporto tra ECM e massa muscolare prossimo a 1).

La BIA contro gli inestetismi

Nel settore dell’estetica, la BIA consente di evidenziare l’eventuale stato di ritenzione idrica (eccesso di acqua extracellulare, ECW) e programmare interventi mirati per correggerlo.

La BIA in età avanzata e in presenza di patologie

Durante l’invecchiamento, si assiste ad una progressiva perdita di massa muscolare, con riduzione delle cellule metabolicamente attive, una riduzione dell’acqua corporea totale (in particolare di quella intracellulare) e un aumento della massa grassa, soprattutto a localizzazione addominale o, comunque, nella parte superiore del corpo. Con l’aumentare dell’età si ha anche una perdita di massa ossea, fino ad arrivare, soprattutto nelle donne, all’osteopenia ed osteoporosi. Conoscere la composizione corporea consente di correggere lo stile di vita e l’alimentazione, in modo da rallentare il più possibile tali processi e mantenersi in buona salute il più a lungo possibile.

In presenza di alcune patologie, inoltre, si possono avere alterazioni importanti della massa cellulare (ATM) e dei fluidi corporei intra- ed extracellulari (ICW ed ECW), che incidono in maniera rilevante sul decorso di esse. Il monitoraggio della composizione corporea tramite BIA risulta essere, quindi, di vitale importanza per poter intraprendere un corretto trattamento nutrizionale con il minimo rischio per il paziente.

Il Terzo Millennio: il Medioevo della nutrizione

Un’alimentazione varia ed equilibrata è alla base di una vita in salute. Una scorretta alimentazione, infatti, incide sul benessere psico-fisico e, soprattutto, costituisce uno dei maggiori fattori di rischio per l’insorgenza di numerose malattie croniche, tra cui diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, obesità e osteoporosi. In particolare, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori potrebbero essere evitati grazie ad una corretta alimentazione.

Soltanto negli ultimi 40 anni dei 200000 anni di storia dell’Homo sapiens, il nostro modo di alimentarci si è decisamente involuto ed è diventato privo di senno: basti pensare alla diffusione del cosiddetto junk food (cibo spazzatura), che ormai invade anche le nostre tavole, un tempo patria della dieta mediterranea.

Oltre al notevole peggioramento della qualità degli alimenti che introduciamo ogni giorno nel nostro organismo, sono aumentate a dismisura le quantità di cibo introdotte; per contro, è diminuita drasticamente l’attività fisica quotidiana e, quindi, il fabbisogno energetico giornaliero.

L’insieme di tali fattori è alla base dell’elevato tasso di obesità e delle patologie ad essa correlate. L’obesità, una vera e propria malattia, è una delle più grandi contraddizioni umane: circa 3 milioni di persone muoiono per malattie legate al sovrappeso, oltre 870 milioni muoiono per fame. Dei 7.5 miliardi di persone al mondo, 2 superano il peso consigliato. Anche in Italia, l’eccesso di peso causa oltre il 6% dei casi di morte prematura e disabilità, e l’obesità infantile si attesta a livelli elevatissimi, con il 36% dei bambini in eccesso di peso. E’ evidente che è necessario intervenire per invertire una tendenza che suona sempre di più come una condanna a morte a livello mondiale…

Altra piaga correlata al problema “eccesso di peso” è il continuo bombardamento di pubblicità di diete per perdere peso assolutamente sbilanciate e di miracolosi prodotti chimici in grado di aiutare a mantenere il peso forma mangiando qualsiasi cosa si voglia.

Il denominatore comune di tutto ciò è che sembra ci siamo dimenticati che il cibo, prima di tutto, deve significare salute: già Ippocrate, quasi 2500 anni fa, aveva riassunto questo importante concetto nella famosa frase “Fa’ che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

Dopo più di due millenni, purtroppo, pare siamo incappati in un “Medioevo della nutrizione” (per usare un termine un po’ forte). Manca, infatti, la consapevolezza riguardo a ciò che mangiamo: è, quindi, necessaria un’opera di rieducazione alimentare e, in generale, di rieducazione ad un corretto stile di vita, che non può prescindere dall’attività fisica (non a caso, l’uomo è un animale dotato di mobilità).

Ad ogni età, una regolare attività fisica, anche moderata, contribuisce a ridurre la pressione arteriosa, a controllare il livello di glicemia, a modulare positivamente il colesterolo nel sangue, a prevenire le malattie metaboliche, cardiovascolari, neoplastiche, le artrosi e a ridurre il tessuto adiposo in eccesso. Inoltre, riduce i sintomi di ansia, stress, depressione e solitudine e comporta benefici evidenti per l’apparato muscolare e scheletrico. L’esercizio fisico non deve essere necessariamente intenso: sono sufficienti semplici movimenti che fanno parte della vita quotidiana, come il camminare, ballare, andare in bicicletta e fare i lavori domestici. Infatti, l’attività fisica è definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici che richiede un dispendio energetico”.

 

PERCHE’ ESISTE LA FIGURA DEL BIOLOGO NUTRIZIONISTA?

Il Biologo Nutrizionista rappresenta la figura professionale più adatta a compiere quell’opera di rieducazione alimentare e di stile di vita appena descritta. Egli possiede un’ampia conoscenza della natura e dei meccanismi biochimici e fisiologici che sono alla base della digestione e dell’assorbimento delle sostanze nutritive. Ciò lo rende in grado di riconoscere gli effetti dovuti alla malnutrizione, sia per eccesso che per difetto, in modo da poter valutare i bisogni nutritivi ed energetici della singola persona. Tale valutazione viene effettuata utilizzando tecnologie innovative e strumenti di indagine altamente specifici; l’interpretazione dei risultati ottenuti consente al Professionista di formulare un preciso piano nutrizionale dedicato alla persona. Infine, il Biologo Nutrizionista sarà in grado di fare intraprendere alla persona un percorso che la porterà ad acquisire consapevolezza riguardo ad un’adeguata alimentazione e un corretto stile di vita, fattore indispensabile per il raggiungimento del benessere.