Come la psiche influenza l’alimentazione umana: l’importanza dell’empatia per il nutrizionista

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.” (Platone)

In questo articolo ho deciso di trattare dell’aspetto psicologico che caratterizza l’alimentazione umana e di come esso debba necessariamente influenzare e completare la relazione tra il nutrizionista e il suo paziente.

A differenza degli animali, che si alimentano a seguito di semplici impulsi fisiologici e biologici, l’uomo è soggetto ad ulteriori e ben più complessi impulsi, di natura psicologica, sociale e culturale, tra loro interconnessi.

Ad esempio, la selezione di un cibo, oltre che essere condizionata dal deficit di uno o più specifici nutrienti, nell’uomo è determinata anche da scelte di tipo etico o religioso. L’assunzione di un cibo, poi, può essere indotta anche in assenza di uno specifico stimolo biologico, qualora intervengano stimoli psicologici (tristezza, noia, ansia, depressione), imposizioni sociali (ad esempio una cena con amici) o fattori culturali (ad esempio le abitudini familiari); di contro, nonostante sia presente un reale bisogno nutritivo, l’assunzione di un alimento può essere inibita da determinate condizioni psico-sociali (ad esempio la dieta vegana, la dieta mussulmana, il digiuno o anche le diete finalizzate a migliorare l’aspetto estetico o la prestazione sportiva). Le scelte alimentari possono essere condizionate anche dalla paura di un danno (ad esempio si smette di mangiare un certo alimento poiché si è letto su una rivista o su internet che è cancerogeno, che provoca intolleranza, che fa ingrassare, ecc…) o da motivi economici. Infine, l’interruzione dell’assunzione di cibo non è soltanto indotta dal senso di sazietà di origine biologica, bensì anche da imposizioni dietetiche o fattori psicologici (nonostante magari permanga il senso di fame); per contro, stati d’animo quali l’ansia, o semplicemente eventi sociali quali le feste, possono inibire il processo di arresto dell’assunzione di un cibo anche in presenza di sazietà.

Riassumendo, i fattori psicologici sono generalmente molto più influenti nell’ambito del comportamento alimentare rispetto agli stimoli biologici: ciò rappresenta una delle principali ragioni per cui, nonostante la presenza di fini meccanismi di regolazione del peso corporeo, quest’ultima venga meno in molti casi.

E’ proprio la presenza di fattori psicologici nell’atto alimentare che ha portato a distinguere tra i concetti di fame e di appetito: il primo rappresenta un bisogno fisiologico primario ed è quindi la conseguenza di stimoli biologici, necessari per mantenere l’omeostasi energetica dell’organismo, mentre il secondo concerne la sfera psicologica, è un bisogno secondario, non legato a necessità nutrizionali, bensì più ascrivibile al desiderio di cibo o di un alimento in particolare. Mentre la fame è regolata all’interno dei circuiti cerebrali ipotalamici, l’appetito coinvolge un meccanismo edonistico che prevede l’attivazione dei circuiti del piacere, detti dopaminergici (in quanto i neuroni appartenenti a tali circuiti liberano l’ormone dopamina). La dopamina viene spesso definita l’ormone della ricompensa: i suoi livelli possono essere totalmente ripristinati soltanto una volta che venga soddisfatto il desiderio che ha determinato l’attivazione dei circuiti dopaminergici, come ad esempio la voglia di mangiare un pezzo di cioccolato. In seguito, si verifica un aumento del rilascio di endorfine, neurotrasmettitori che inducono una sensazione di benessere e piacere. Questo rilascio determina un consolidamento (rinforzo) delle connessioni neuronali che si sono formate durante l’esperienza che ha provocato piacere: quando in futuro si vedrà o si penserà a quell’alimento, avverrà la riattivazione di tali circuiti e il desiderio di mangiarlo aumenterà.

Fondamentalmente, il cibo (specialmente se altamente palatabile, come quello molto dolce e/o molto grasso) agisce sul cervello umano in modo simile alle cosiddette droghe. Entrambi, infatti, attivano fortemente il sistema endocannabinoide, che ha effetti sia sul sistema nervoso centrale che periferico. A livello del cervello, stimola l’ipotalamo, che determina un aumento dell’appetito, e il nucleus accumbens, che accresce la motivazione a mangiare (o ad assumere droghe), con conseguente aumento dell’assunzione di cibo e mantenimento della dipendenza dallo stesso. A livello dei tessuti periferici, il sistema endocannabinoide stimola l’accumulo di grasso negli adipociti (cellule adipose). Il risultato della stimolazione centrale e periferica è l’aumento dell’insulinoresistenza (ossia una bassa sensibilità delle cellule all’azione dell’insulina, che può portare a diabete mellito di tipo 2), un’aumentata intolleranza al glucosio (anch’essa uno stato pre-diabetico di iperglicemia, associato con insulino-resistenza e con aumento del rischio di patologia cardiovascolare), una diminuzione dell’adiponectina (una molecola segnale secreta dal tessuto adiposo che determina un aumento nel consumo dei grassi di deposito), un aumento della leptina (un ormone che segnala la sazietà) a seguito di un’aumentata resistenza al suo segnale e, infine, un peggior profilo lipidico (dimuita colesterolemia-HDL, ossia il colesterolo “buono”, e aumentata trigliceridemia).

Nella regolazione del peso corporeo e dei comportamenti alimentari umani interviene anche il cosiddetto microbiota, ossia la comunità microbica che abita nel tratto gastrointestinale: non a caso, l’intestino viene spesso definito “secondo cervello”, dato l’importante collegamento tra intestino e sistema nervoso centrale. Quando vi siano disfunzioni del sistema fame-sazietà, una dieta non salutare, emozioni negative e/o disfunzioni del sistema di ricompensa dopaminergico, si origina uno stato di infiammazione e un aumento dei livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), che a sua volta porta ad uno stato di disbiosi. La disbiosi consiste nello squilibrio tra batteri “buoni” e batteri “patogeni” all’interno del tratto gastrointestinale: quando questa si verifica, aumenta ulteriormente lo stato infiammatorio (anche a causa della produzione di tossine da parte di alcuni batteri patogeni), la resistenza all’insulina e altre alterazioni metaboliche.

Per concludere e per riassumere, le emozioni negative portano gli individui a rifugiarsi in stimoli per loro piacevoli, come il consumo di determinati cibi; l’assunzione eccessiva di cibo e l’assorbimento di sostanze quali i grassi saturi, gli zuccheri e i conservanti determina l’alterazione del microbiota intestinale (disbiosi). Tale alterazione provoca uno stato infiammatorio cronico e una disregolazione dei sistemi che controllano il peso corporeo. Il risultato finale dell’eccessiva esposizione ad un determinato cibo non è, quindi, un miglioramento del benessere, bensì la dipendenza, l’obesità e altre malattie cronico-degenerative.

Appare chiaro da questa lunga premessa che il nutrizionista a cui è affidato il compito di aiutare una persona a seguire un’alimentazione sana deve quasi essere molto più psicologo che nutrizionista. Durante la prima visita nutrizionale è fondamentale dedicare il tempo necessario ad effettuare un’accurata anamnesi che consenta al paziente di esprimersi anche dal punto di vista psicologico, in modo tale da comprendere quale sia il suo rapporto con il cibo, se esso sia sano o distorto, e quali sensazioni il paziente provi nei confronti dell’atto alimentare. Se il nutrizionista si mostra disponibile all’ascolto, molto spesso si verifica un’apertura da parte del paziente, che renderà partecipe il nutrizionista del proprio rapporto con il cibo. Da sottolineare è il fatto che, quando questo rapporto sia più o meno alterato, il paziente prova spesso vergogna e senso di inferiorità, poiché si sente debole e succube nei confronti del cibo, non in grado di gestire le proprie emozioni e la propria vita. In questo contesto, l’errore più grande che il professionista della nutrizione possa commettere sarebbe quello di giudicare il paziente, cosa che, purtroppo, capita troppo spesso. Diventa poco utile, quindi, una preparazione tecnico-scientifica ottimale, la disponibilità di tecnologie all’avanguardia (ad esempio la calorimetria indiretta, la BIVA o l’adipometro, per citarne alcune) e una dieta stilata con una precisione a livello del grammo o della kcal, quando manchi l’aspetto umano. Del resto, l’etimologia stessa della parola “paziente” dovrebbe fare riflettere: dal latino patiens, -entis, significa “soffrire, sopportare” … e sempre il latino ci insegna che il nutrizionista, anziché giudicare il paziente (che è una PERSONA, non un numero), dovrebbe provare “compassione”, da cum + patior, ossia “soffrire insieme”. Un requisito a mio parere fondamentale per poter svolgere questa meravigliosa professione è essere dotati della cosiddetta EMPATIA: per rimanere in tema di etimologie, tale termine deriva dal greco en, “dentro”, e –patheia, “sofferenza”. Dal punto di vista psicologico, quindi, questo termine indica la capacità istantanea di immedesimazione nello stato d’animo di un’altra persona e quindi di comprensione della stessa: in parole povere, sapersi mettere nei panni altrui. Dunque, non sarà sufficiente formulare un piano dietetico perfetto (che, tra parentesi, non esiste) se poi non si accompagnerà per mano il paziente durante tutto il percorso di educazione alimentare, se non lo si sosterrà nei momenti più difficili, se non lo si aiuterà a superare le proprie paure e debolezze. Modificare il proprio stile di vita e le proprie abitudini alimentari ma, soprattutto, “guarire” dalle dipendenze può essere un percorso difficile e ricco di ostacoli, specialmente considerato lo stato di fragilità psicologica del paziente. Ecco il compito più importante del nutrizionista: comprendere questo stato d’animo, parteciparvi in modo costruttivo e fungere da punto di riferimento per il proprio paziente, che non dovrà mai sentirsi solo durante il cammino verso una migliore coscienza alimentare e, in generale, di se stesso.

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